ITINERARI // PAESAGGI MINERARI
Il paesaggio delle miniere è, senz’altro, la forma paesaggistica identitaria del Sulcis Iglesiente, identità che si è costruita, nelle sue forme visibili, soprattutto in epoca moderna. Già la damnatio ad metalla romana, e probabilmente ascendenze più antiche, hanno visto però questo territorio sfruttato per le sue risorse estrattive da almeno due millenni. Tuttavia dalla metà dell’Ottocento si accelera quel processo industriale che insiste sistematicamente sui territori iglesienti e sulcitani, ricchi di piombo, zinco e, in misura minore, argento, i primi; di carbone i secondi. La rapida morfogenesi di tale paesaggio non scaturisce solo dai volumi minerari e dalle infrastrutture ma dalle grandi topografie, scavate e in emersione, dai grandi bacini di sterili derivati dallo scarto dell’attività estrattiva, dai villaggi operai, dalle gallerie, dalle opere d’arte. Tra queste emerge, iconica di un equilibrio ambientale difficile ma anche del riconoscimento collettivo di queste forme, la collina dei ‘Fanghi Rossi’ sotto la Miniera di Monteponi, destinataria, dal 1993, di un vincolo paesaggistico. L’unità fondamentale del sistema, prevalentemente a gestione eteronoma, è la ‘concessione mineraria’, che sottrae ampie porzioni di territorio allo spazio naturale in modo diffuso e spesso frammentario, strettamente dipendente dalla posizione del giacimento. Il Sulcis Iglesiente è infatti l’area su cui insistono l’85% delle aree minerarie sarde e del Parco Geominerario, Storico, Ambientale della Sardegna. Ma l’influenza dell’attività mineraria sulle forme urbane e sulle altre forme paesaggistiche, sul flusso demografico e, più in generale sul tessuto socio-economico della regione, è pressoché totalizzante.