PAESAGGI MINERARI // MONTEPONI
La miniera di Monteponi
A.Sanna, G. Monni
In un angolo remoto e appartato d’Europa, a pochi chilometri da Iglesias, tra il 1850 e il 1950 grandi tecnologi formati nelle migliori scuole europee si avvicendano per perseguire il più alto livello tecnologico possibile nello sviluppo della miniera di Monteponi. I loro interessi ruotano quasi esclusivamente intorno a tutto ciò che di più utilitaristico e funzionale al miglioramento della produttività si potesse concepire. Un obiettivo che perseguono realizzando grandi opere infrastrutturali e fabbricati edilizi contraddistinti da un linguaggio per lo più di tipo storicistico e rassicurante.
Le condizioni indispensabili allo sviluppo intensivo dell’attività estrattiva si creano con l’estensione anche alla Sardegna della legge mineraria del 30 giugno 1840 che agevola le iniziative individuali ristabilendo il principio informatore sancito secoli prima dai pisani con il Breve di Villa Chiesa e trasformando le miniere in bene demaniale e patrimonio dello Stato. In questo modo lo Stato si riservava la facoltà di concedere il diritto di sfruttare il sottosuolo a chiunque fosse in grado di dimostrare di possedere le capacità tecniche e la robustezza economica necessaria. La liberalizzazione e la flessibilità di applicazione che questa legge garantiva, i prezzi alti dei minerali, l’affluenza di capitali italiani e stranieri, danno inizio al cosiddetto ´periodo aureo´ dell’industria mineraria in Sardegna, il cui epicentro coincide proprio con il sito di Monteponi. È in questo nuovo quadro d’interesse che il 6 giugno 1850, con un’asta pubblica, il Governo concede in affitto per trenta anni la miniera di piombo argentifero sita nel rilievo calcareo di Monteponi a un gruppo ligure-piemontese facente capo al banchiere Paolo Antonio Nicolay di Genova, che costituisce la Società di Monteponi Regia Miniera presso Iglesias, in Sardegna. Il primo atto fondativo coincide con il tracciamento dei confini della proprietà acquisita, pari al massimo della superficie concedibile, cioè un quadrato di due chilometri per lato che contiene i lavori in corso, le coltivazioni antiche risalenti al periodo dei romani e dei pisani, i pochi fabbricati esistenti.
Con la partenza di Nicolay, la direzione della miniera viene affidata nel gennaio del 1851 a Giuseppe Galletti, che si dimette l’anno successivo lasciando il posto all’ingegnere ungherese Giulio Keller, molto giovane ma preparato dagli studi svolti presso l’Accademia Mineraria di Schemnitz in Slovacchia e dall’esperienza sul campo maturata negli stabilimenti metallurgici più importanti dell’Ungheria e della Germania. Nel gennaio 1853 egli redige personalmente il primo ´piano generale´ della miniera che conferma la disposizione dei fabbricati descritti nel contratto d’affitto e rappresenta al contempo il primo passo verso quel processo di modernizzazione e razionalizzazione che trasformerà Monteponi in uno dei compendi minerari più importanti d’Europa.
Senza attendere il consenso del Consiglio di Amministrazione, certo del riscontro economico che il trattamento dei minerali a basso tenore di piombo avrebbe garantito, Keller trasforma il fabbricato all’imbocco della galleria San Real nella prima laveria a mano della miniera che inaugura il 26 luglio 1853. Inoltre introduce i primi vagonetti su rotaie di ferro, erige nuovi magazzini, acquista a Iglesias un fabbricato per la polveriera, studia l’impianto di una fonderia, propone il tracciamento di strade carrabili e ferrate. Ma la società lascia queste idee sulla carta e, non comprendendo le potenzialità e la capacità di visione del Keller, nel 1856 invia a Monteponi due commissari per ispezionare la situazione. Uno di essi è il Conte Carlo Baudi di Vesme, un uomo dalla cultura eclettica, storico, filologo, letterato, che svolgerà un ruolo centrale nella storia della miniera di Monteponi. Sarà lui a raccogliere i frutti dell’impostazione moderna del Keller, che davanti a questa prova di sfiducia da parte del Consiglio di Amministrazione e al conseguente ridimensionamento del suo potere decisionale preferisce dimettersi poco dopo.
Nel 1861 la direzione tecnica passa quindi all’ingegner Adolfo Pellegrini che riesce a potenziare tecnicamente la miniera senza tralasciare la ricerca di un certo decoro urbano e architettonico, grazie agli studi al Politecnico di Torino, alla laurea conseguita presso l’École des Mines et Chaussées di Parigi in ingegneria civile, e al sostegno di Carlo Baudi di Vesme che sostituisce Paolo Antonio Nicolay nella presidenza della società. Pellegrini prosegue con determinazione il potenziamento delle strutture e delle infrastrutture agevolato soprattutto dalla scoperta delle potenzialità dei giacimenti calaminari coltivabili a cielo aperto conseguita da Eyquem a Buggerru nel 1865. Un evento che cambia definitivamente la fisionomia del paesaggio e segna una svolta decisiva nello sviluppo della miniera di Monteponi e più in generale dell’industria mineraria in Sardegna. Viene infatti avviato il grande cratere calaminare denominato Cungiaus, coltivato per la maggior parte a cielo aperto mediante scavo a gradini. E complice il coevo esaurimento delle miniere di zinco del Nord d’Europa, la produzione aumenta in modo esponenziale, al punto che egli decide di costruire una nuova direzione, il Palazzo Bellavista, la quale in seguito ospiterà anche un Osservatorio Meteorologico. Il “vecchio” ospedale viene nel frattempo traslocato in un nuovo fabbricato eretto sotto il piazzale Despine mentre l’edificio originario viene trasformato in un blocco di alloggi operai.
Al contempo, per abbassare il livello delle acque di falda che arginavano lo sviluppo della miniera, nel 1863 egli avvia la costruzione del Pozzo Vittorio Emanuele, che dentro un autarchico contenitore murario custodisce un modernissimo sistema di macchinari e gabbie metalliche tese tra la “città” del soprasuolo e quella del sottosuolo. Il progetto originario è firmato dal belga Charles Marcellis, un eclettico letterato e imprenditore. Ma costatata l’incapacità delle pompe di far fronte alla permanenza delle acque sotterranee, nel 1869 si procede allo scavo del Pozzo Sella, dedicato esclusivamente all’eduzione e provvisto allo scopo di macchinari di maggior portata. Anche questo progetto viene firmato dagli Ateliers Charles Marcellis che lo consegnano nel 1872. Tuttavia benché nel 1874 le pompe dei due pozzi vengono messe in marcia contemporaneamente, l’acqua rimaneva sempre alla quota di circa 70 m sopra il livello del mare. Appare da subito quindi evidente che l’unica risposta possibile fosse quella di costruire una galleria di scolo per convogliare a mare le acque del bacino.
Denominata Umberto I e progettata da Erminio Ferraris che nel 1875 succede al Pellegrini nella direzione della miniera, la Galleria di Scolo viene avviata nel 1880 e conclusa nel 1885 con uno sviluppo di quasi cinque chilometri articolato in tre parti e provvisto di due pozzi di ispezione, il Pozzo Baccarini progettato dall’ingegner T. Gregory, e il Pozzo Cattaneo. Il Pozzo Vittorio viene così collegato alla palude Sa Masa presso la spiaggia di Fontanamare. E per aumentare la portata del deflusso nel 1889 il tracciato viene prolungato e nel 1892 si ottiene così il definitivo abbassamento delle acque, non solo nella miniera di Monteponi ma anche in tutte le miniere del bacino iglesiente, ovvero San Giovanni, Monte Agruxau, Masua, Nebida, e Acquaresi.
Tra il 1887 e il 1888 il Ferraris inoltre progetta e dirige i lavori di costruzione della Laveria Calamine per il trattamento dei minerali zinciferi a basso tenore che alimentavano le discariche della miniera. Una struttura di grande interesse sia perché era la laveria più imponente fino ad allora realizzata in Italia, sia perché le macchine sono state ideate dal Ferraris e costruite quasi completamente nelle officine Doglio di Cagliari. Aspetto questo che oltre a garantire una economia nell’acquisto, trasforma Monteponi in un modello di riferimento per le miniere estere e locali. Sull’esempio di questo impianto due anni dopo, infatti, la Società Malfidano a Buggerru e le società che gestiscono le miniere di Nebida, S. Giovanni e Su Zurfuru costruiscono i nuovi impianti.
Si tratta di una struttura articolata su tre livelli costruiti a ridosso di un ripido pendio che copre un dislivello di 22,50 metri, funzionale alla necessità di ottenere il trasporto automatico della maggior parte dei minerali da un apparecchio all’altro. Per ripartire uniformemente le pressioni e le vibrazioni, la struttura metallica è composta da travi a doppio T disposte longitudinalmente sulla muratura con uno sviluppo complessivo di circa 28 metri. Per opporre maggiore resistenza alla spinta del terreno, inoltre, la parete addossata al pendio è formata da due paramenti opportunamente distanziati che garantiscono il passaggio dei vagoni su percorsi ferrati. La leggerezza delle colonne in ghisa che ripetendosi con passo costante disegnano il portico e lo slancio delle arcate che bucano l’alto basamento rievocano alla mente l’immagine del piroscafo, emblema indiscusso di una modernità che comincia a trovare qui i suoi spazi di espressione.
La maggior parte delle modifiche introdotte nella Laveria Calamine vengono sperimentate ed applicate prima nella Laveria Vittorio Emanuele, che tra il 1881 e il 1884 viene completamente meccanizzata. L’edificazione nel 1890 della Laveria Magnetica che separa i minerali di ferro e zinco prodotti nella Laveria Calamine e di un’officina meccanica a ridosso di Pozzo Sella provvista di una fonderia di ghisa e piombo, e ancora nel 1894 la costruzione di una fonderia di piombo e argento ai piedi di Pozzo Vittorio e nel 1899 di un forno a zinco per trattare le calamine piombifere, completano la serie degli impianti industriali della miniera di Monteponi concepiti dal Ferraris.
Nel 1890 per assicurare agli impianti il necessario apporto di acqua, il Ferraris completa la costruzione dell’acquedotto avviata dal Pellegrini con una condotta che collega le sorgenti a nord di Monteponi con il Cisternone di San Vittorio realizzato al posto del “vecchio ergastolo”. Le acque perdute dagli impianti a monte vengono convogliate a valle nei bacini di decantazione dislocati davanti alla stazione e all’interno di un serbatoio ricavato a ridosso della Laveria Mameli, ottenuta dall’unione della Laveria Pilla e della Laveria Sacchi. Da qui una batteria di pompe le risolleva di 130 metri fino al cisternone che le rimette in circolo.
Una parte dell’acqua veniva inoltre garantita dalla macchina di estrazione di Pozzo Vittorio utilizzato, dopo la costruzione della Galleria di Scolo, come collegamento verticale tra i fabbricati di monte e quelli di valle. Per aumentarne la portata nel 1889 le caldaie vengono inoltre soppiantate da altre più potenti e come conseguenza l’edificio composto da due fabbricati “gemelli” realizzato dal Pellegrini viene trasformato in uno spazio unico, illuminato da aperture ad arco. Sia il progetto dell’edificio sia quello dei macchinari vengono affidati a un unico professionista, l’ingegnere T. Gregorj di Milano, che firma le prime tavole nel 1882. Qualche anno più tardi nel 1905 questo fabbricato viene nuovamente modificato per accogliere la Centrale Elettrica che alimenta tutti i macchinari della miniera e illumina gli opifici e le strade.
Nel 1906 con l’assegnazione della medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Milano, il Ferraris riceve il meritato riconoscimento per i progressi raggiunti in campo minerario e metallurgico, che avevano portato Monteponi a reggere il confronto colle migliori e più perfezionate aziende minerarie del mondo. Tuttavia l’anno successivo egli cede la direzione all’ing. Francesco Sartori che svolge un ruolo di primo piano nella metallurgia dello zinco. Egli avvia un percorso di ricerca e sperimentazione che comincia con i convertitori e conduce alla costruzione a valle dello Stabilimento di Scalo nel 1914. Ma la guerra ormai è imminente e con essa la profonda crisi che ne consegue. I perfezionamenti degli impianti, le importazioni di minerali di zinco vengono sospesi, i valori e i prezzi dei mercati completamente alterati. Viene meno quel virtuoso processo di collaborazione internazionale che valorizzava le specificità produttive di ciascun territorio a favore di un approccio più autarchico che rende improrogabile la necessità di costruire direttamente in Italia impianti atti a completare il processo di arricchimento dei minerali. E così, la Commissione di Mobilitazione industriale, che fino a quel momento aveva arginato la capacità di visione del Sartori, appoggia la costruzione della fabbrica dello zinco eretta a Monteponi nel 1921. Non solo. Con la collaborazione del prof. Livio Cambi, che prosegue in Italia le sperimentazioni portate avanti con successo negli Stati Uniti sugli impianti elettrolitici, nel 1926 viene inaugurato a Monteponi l’impianto elettrolitico utilizzando l’energia prodotta dalla centrale termoelettrica di Porto Vesme costruita dalla Società Elettrica sarda nel 1914 e acquistata dalla Società Monteponi nel 1927. Le masse di calamina di Campo Pisano, nonostante il basso tenore dello zinco, diventano così la principale risorsa della miniera.
L’introduzione di una legislazione nuova, la scoperta dei giacimenti calaminari, la determinazione di Quintino Sella e di Carlo Baudi di Vesme e le competenze di personaggi come Keller, Eyquem, Pellegrini, Ferraris, Sartori, Gregorj e Marcellis, che hanno saputo coniugare la formazione politecnica di matrice illuminista, essenzialmente francese e tedesca, con la “nuova” componente dell’ingegneria industriale formatasi per lo più nel vivo dei processi della prima rivoluzione industriale anglosassone, hanno trasformato Monteponi in un laboratorio di innovazione tecnologica attorno al nucleo macchinistico della fabbrica, vero elemento generatore e focus dell’attenzione e dell’investimento dell’impresa mineraria.
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